giovedì 13 marzo 2008

IL MESSAGGIO DEL DALAI LAMA

DISCORSO DI SUA SANTITA' IL IVX DALAI LAMA IN OCCASIONE DEL 49º ANNIVERSARIO DELL'INSURREZIONE NAZIONALE TIBETANA.

Dharamsala, 10 marzo 2008

In occasione del 49° anniversario della pacifica insurrezione del popolo tibetano, avvenuta a Lhasa il 10 marzo 1959, offro le mie preghiere e rendo omaggio agli uomini e alle donne del Tibet che con coraggio hanno sopportato inenarrabili privazioni e sacrificato le loro vite per la causa del popolo tibetano. Esprimo la mia solidarietà a coloro che oggi subiscono la repressione e i maltrattamenti. Saluto i tibetani dentro e fuori il Tibet, i sostenitori della nostra causa e tutti coloro che amano la giustizia.
Per quasi sei decenni i tibetani dell’intera area del Tibet, conosciuta come Cholkha-Sum (l’insieme delle tre Regioni dell’U-Tsang, del Kham e dell’Amdo), sono stati costretti a vivere, a causa della repressione cinese, in uno stato di costante paura, intimidazione e sospetto. Tuttavia, oltre a conservare la fede religiosa, il senso del nazionalismo e la loro peculiare cultura, i tibetani sono riusciti a mantenere viva la propria aspirazione alla libertà. Nutro grande ammirazione per queste speciali doti del mio popolo e per il suo indomabile coraggio. Ne sono estremamente soddisfatto e fiero. In tutto il mondo, numerosi governi, organizzazioni non governative e individui, interessati alla pace e alla giustizia, hanno significativamente sostenuto la causa del Tibet. In particolare, nel corso dell’ultimo anno, i governi e gli abitanti di molti paesi ci hanno manifestato il loro appoggio con gesti significativi. Desidero esprimere la mia gratitudine a tutti loro.

Il problema del Tibet è molto complesso e, per la sua natura, abbraccia molti temi: la politica, la natura della società, la legge, i diritti umani, la religione, la cultura, l’identità di un popolo, l’economia e le condizioni dell’ambiente naturale. Di conseguenza, per risolvere il problema tibetano è necessario adottare un metodo di approccio onnicomprensivo, che sia di beneficio a tutte le parti in causa piuttosto che a una sola. Per questo motivo, ci siamo attenuti con fermezza ad una politica, quella della Via di Mezzo, in grado di garantire vantaggi reciproci e per molti anni ci siamo impegnati con sincerità e costanza per conseguire questi risultati. A partire dal 2002, i miei inviati hanno intrattenuto sei tornate di colloqui con le competenti autorità della Repubblica Popolare Cinese e hanno discusso argomenti di rilevante importanza. Questi colloqui a largo spettro hanno dissipato alcuni dei loro dubbi e ci hanno dato l’opportunità di chiarire le nostre aspirazioni, ma non hanno prodotto alcun risultato concreto circa la questione fondamentale. Inoltre, nel corso di questi ultimi anni, il Tibet ha assistito ad un aumento della repressione e della brutalità. Malgrado questi incresciosi sviluppi, rimane immutata la mia posizione e la mia determinazione a portare avanti la politica dell’approccio della Via di Mezzo e a continuare il dialogo con il governo cinese.

Uno dei maggiori problemi della Repubblica Popolare Cinese è la mancanza di legittimazione del suo governo in Tibet. Il governo cinese potrebbe rafforzare la sua posizione attuando una politica in grado di soddisfare il popolo tibetano e di guadagnarne la fiducia. Se saremo in grado di giungere ad un accordo basato sul reciproco consenso, allora, come ho già molte volte affermato, mi adopererò in ogni modo per ottenere il sostegno del popolo tibetano.
Oggi in Tibet, in seguito ai numerosi e poco lungimiranti interventi del governo cinese, l’ambiente naturale è seriamente danneggiato. La politica cinese di trasferimento della popolazione ha fatto sì che il numero dei non tibetani sia sensibilmente aumentato mentre i tibetani autoctoni sono ridotti ad una minoranza all’interno della loro stessa nazione. Inoltre, la lingua, le usanze e le tradizioni del Tibet, espressione della vera natura e identità del popolo, stanno gradualmente scomparendo e i tibetani sono sempre più assimilati alla preponderante popolazione cinese. In Tibet, la repressione è in continuo aumento, con numerose, inimmaginabili e gravi violazioni dei diritti umani, il rifiuto della libertà di culto e la politicizzazione delle questioni religiose. Questa situazione è causata dalla mancanza di rispetto del governo cinese nei confronti del popolo tibetano, è la conseguenza degli impedimenti che il governo di Pechino, deliberatamente, pone alla base della sua politica di unificazione delle etnie, che di fatto crea discriminazioni tra tibetani e cinesi. Chiedo pertanto alla Cina di porre fine immediatamente a tale politica.
Sebbene le aree abitate dai tibetani siano designate con nomi diversi, quali regione autonoma, prefettura autonoma o contea autonoma, l’autonomia è di fatto solo nominale e non reale. Queste aree sono in realtà governate da persone che non conoscono la situazione locale e sono sotto l’egida di quello che Mao Zedong chiamava “Sciovinismo Han”. Di conseguenza, la cosiddetta autonomia non ha arrecato alcun beneficio tangibile alle etnie interessate. Questa politica fraudolenta, incurante della realtà, sta enormemente danneggiando non solo i due gruppi etnici, ma la stessa unità e stabilità della Cina. È importante che il governo cinese, come affermò Deng Xiaoping, “cerchi la verità dai fatti”, nel vero senso del termine.
Quando, davanti alla comunità internazionale, sollevo il problema del benessere del popolo tibetano, il governo cinese mi critica duramente. Ma fino a che non troveremo una soluzione di reciproco beneficio, ho la responsabilità storica e morale di continuare a parlare liberamente a nome del mio popolo. Tuttavia, è noto a tutti che, da quando la leadership politica della diaspora tibetana è eletta direttamente dal popolo, sono in uno stato di semipensionamento.
In virtù del suo grande progresso economico, la Cina sta diventando una nazione potente. Non possiamo che rallegrarcene, ma il potere acquisito offre altresì alla Cina l’opportunità di svolgere un importante ruolo sul palcoscenico globale. Il mondo sta ansiosamente aspettando di vedere in che modo l’attuale leadership cinese metterà in pratica i concetti pubblicamente espressi di “società armoniosa” e “crescita pacifica” alla cui realizzazione il solo progresso economico non è sufficiente: sono necessari sostanziali miglioramenti nei settori del rispetto dello stato di diritto, della trasparenza, del diritto all’informazione e della libertà di parola. E poiché all’interno della Cina coesistono molte etnie, al fine di salvaguardare la stabilità del paese è necessario che ad ognuna sia garantita l’uguaglianza e la libertà di proteggere le rispettive e peculiari identità.
Il 6 marzo 2008 il Presidente Hu Jintao ha dichiarato: “Stabilità e sicurezza in Tibet significano stabilità e sicurezza nel paese”. Ha aggiunto che la dirigenza cinese deve garantire il benessere dei tibetani, migliorare il proprio lavoro in relazione ai gruppi etnici e religiosi e mantenere stabilità e armonia sociale. Le parole del Presidente Hu tengono conto della situazione reale e non vediamo l’ora che ricevano applicazione.
Quest’anno i cinesi aspettano con orgoglio e trepidazione l’apertura dei Giochi Olimpici. Fin dall’inizio, ho sostenuto l’idea che alla Cina fosse data l’opportunità di ospitare i Giochi. E poiché eventi di questo tipo, e in modo particolare le Olimpiadi, favoriscono il rispetto dei principi della libertà di parola, di espressione, di uguaglianza e amicizia, la Cina dovrebbe dimostrare di essere un buon paese ospitante facendosi garante di queste libertà. Perciò, oltre a mandare a Pechino i propri atleti, la comunità internazionale dovrebbe sensibilizzare il governo cinese su questi temi. So che, in tutto il mondo, molti parlamenti, individui e organizzazioni non governative si stanno in vario modo attivando perché la Cina colga l’opportunità delle Olimpiadi per attuare cambiamenti positivi. Apprezzo la loro sincerità. E, in totale sintonia, vorrei aggiungere che sarà molto importante stare a vedere cosa accadrà nel periodo successivo alla conclusione dei Giochi. Senza dubbio, i Giochi Olimpici avranno un grande impatto sul modo di pensare del popolo cinese. La comunità internazionale dovrebbe quindi investire la propria energia collettiva nella ricerca delle modalità attraverso le quali garantire, nel modo migliore, cambiamenti positivi e continui all’interno della Cina, anche quando le Olimpiadi saranno concluse.
Desidero cogliere questa occasione per esprimere il mio orgoglio e il mio apprezzamento per la sincerità, il coraggio e la determinazione dei tibetani all’interno del Tibet. Chiedo loro di continuare ad operare in modo pacifico e nell’osservanza della legge così da assicurare a tutte le minoranze della Repubblica Popolare Cinese, compresa quella tibetana, il godimento dei loro legittimi diritti e benefici.
Vorrei inoltre cogliere questa opportunità per ringraziare, in particolare, il governo e il popolo indiano per il loro continuo e incomparabile sostegno ai rifugiati tibetani a alla causa del Tibet e per esprimere la mia gratitudine a tutti quei governi e persone che hanno costantemente a cuore la nostra causa.
Con le mie preghiere per il bene di tutti gli esseri senzienti,
Il Dalai Lama

martedì 12 febbraio 2008

IL MANTRA

Mantra deriva da due parole sanscrite: manas (mente) e trayati (liberare): un suono in grado di liberare la mente dai pensieri. Om mani padme hum” è il più conosciuto tra i tanti mantra della cultura buddista, lo si trova ovunque: sulle rocce, sulle pietre votive, sulle bandiere. Sono le sei sillabe del mantra del Bodhisattva Avalokiteshvara della compassione è chiamato in Tibetano Chenrezig. Il XIV Dalai Lama ha così spiegato –in sintesi- questo mantra: «È molto bene recitare il mantra Om mani padme hum, ma mentre lo si fa, si dovrebbe pensare al suo significato, perché il valore di queste sei sillabe é grande e vasto. La prima sillaba Om simbolizza il corpo, la parola, e la mente impure del praticante; questi simbolizza anche il puro corpo, parola, e mente di un Buddha. Il cammino è indicato dalle seguenti quattro sillabe. Mani, significa gioiello, simbolizza i fattori del metodo, l’ intenzione altruista di diventare illuminato, compassione e amore. Le due sillabe, padme, significano loto, simbolizzano saggezza. La purezza dev'essere raggiunta attraverso una indivisibile unità di metodo e saggezza, simbolizzate dall’ultima sillaba hum, che indica la indivisibilità. Quindi le sei sillabe, om mani padme hum, significano che, dipendendo dalla pratica di un cammino che sia l'unione indivisibile di metodo e saggezza, si può trasformare un corpo, una parola, ed una mente impure nel corpo, parola, e mente nobili di un Buddha». Altri Mantra tratti da “Kailash - Jurnal of Himalayan“ • Om wangishwari hum: mantra di Mahabodhisattva Manjusri, Il Buddha nella sua saggezza. • Om vajrapani hum: mantra del Buddha quale protettore degli Insegnamenti Segreti. • Om ah hum vajra guru pema siddhi hum: mantra del Vajraguru Guru Rimpoche che introdusse in Tibet il Buddhismo Mahayana e il Buddhismo Vajrayana. • Om tare tuttare ture: mantra di Jetsun Dolma o Tara, La Madre del Buddha. • Om tare tuttare ture mama ayurjnana punye pushting svaha: mantra di Tara Bianca, che rappresenta salute e lunga vita. • Om amarani jiwantiye swaha: mantra del Buddha per una vita libera dai propri limiti. • Om dhrum swaha: mantra purificatore della mente. • Om ah ra pa tsa na dhih: mantra dalla "voce dolce", il Buddha nella sua saggezza. • Hung vajra phat: mantra del Mahabodhisattva Vajrapani nella sua forma irascibile. • Om muni muni maha muniye sakyamuni swaha: mantra del Buddha Sakyamuni, il Buddha storico. • Om gate gate paragate parasamgate bodhi swah: mantra del Cuore della Perfezione, del Sutra della Saggezza.

lunedì 28 gennaio 2008

I SIMBOLI DI BUON AUSPICIO

I Simboli di Buon Auspicio sono otto e rivestono grande importanza per la cultura tibetana. Vengono usati in rituali, cerimonie e occasioni importanti. Sovente sono rappresentati su kate (le sciarpa bianche che i tibetani donano in segno di buon auspicio, appunto), arazzi, tangke e monili.


Il Parasole (sanscrito chattra, tibetano gdugs). Sotto al parasole ci si può proteggere e riparare: possibilità che per i tibetani è segno di ricchezza. Per questo è divenuto simbolo del potere e della regalità. Simboleggia anche la compassione e la protezione di tutti gli esseri da dolore, malattie, veleni mentali e ignoranza.

I pesci d'oro (sanscrito suvarnamatsya, tibetano gser-nya). Simbolo molto antico, non è quasi mai rappresentato da solo. I pesci rappresentano il superamento degli ostacoli, la vittoria sulle sofferenze e il raggiungimento della liberazione. La metafora: come i pesci nuotano liberi nel mare, così l'uomo sarà libero nel Nirvana.

Il vaso della ricchezza (sanscrito kalasa, tibetano gter-chen-po’i bum-pa). Simboleggia l'idea di ottenimento e soddisfazione dei desideri materiali. Nel Buddismo tibetano si utilizzano vasi in diverse pratiche, specialmente nei rituali tantrici. Il vaso della ricchezza simboleggia la realizzazione spirituale, la perfezione del Dharma, la longevità e la prosperità.

Il fiore di loto (sanscrito padme, tibetano padma). Rappresenta purezza e bellezza. Purezza spirituale perché anche se le sue radici affondano nel fango, i suoi fiori -sul pelo dell'acqua- sono candidi e puri. Sovente i Buddha e i Bodhisattva sono seduti sopra un fior di loto. La simmetria dei petali (da otto a dodici) simboleggia l'ordine del cosmo e viene presa a modello per i mandala. L'immagine del loto è anche utilizzata per l'auto guarigione e per riequilibrare i chakra.

La conchiglia (sanscrito sankha, tibetano dung gyas-‘khyl). È da sempre usata come strumento rituale ed è simbolo delle divinità femminili. Il suo suono molto potente serve per richiamare i monaci alle riunioni, come offerta nelle puje e viene usata come recipiente per l'acqua con lo zafferano. Rappresenta l'insegnamento del Dharma che si diffonde in tutte le direzioni, proprio come il suono.

Il nodo infinito (sanscrito srivatsa, in tibetano dpal be’u). È uno dei simboli più usati dai tibetani. Le sue linee che non hanno mai fine e che uniscono tutti gli angoli, rappresentano uno dei concetti base del buddhismo tibetano: l'interdipendenza. È senza inizio e senza fine, quindi simboleggia anche l'infinita conoscenza e saggezza del Buddha e l'eternità dei suoi insegnamenti. Secondo alcuni, è anche simbolo della potenza femminile: rappresenta la donna con la sua capacità di generare vita. Una curiosità: sui biglietti d'auguri, favorisce la creazione di un legame tra il donatore e chi riceve il regalo, oltre a ricordare al donatore che risultati positivi futuri sono determinati da azioni positive presenti, come quella del donare.

Il vessillo della vittoria (sanscrito dhvaja, tibetano rgyal-mtshan). Serve come decorazione e si trova in templi e monasteri, a volte anche sui tetto di case private. Rappresenta la vittoria degli insegnamenti buddisti, della conoscenza sull'ignoranza e sulla paura, del Dharma su tutti gli ostacoli. Per questo è simbolo del raggiungimento della felicità ultima.

La Ruota del Dharma (sanscrito chakra, tibetano 'khor-lo). La ruota è un simbolo universale, presente in tutte le culture. Per i buddhisti la Ruota del Dharma simboleggia l'insegnamento buddhista nella sua globalità ed è messa in moto da Buddha in occasione della prima predicazione nel parco delle gazzelle. Per questo è anche disegnata tra due gazzelle. Il mozzo è l'addestramento alla disciplina morale che rende stabile la mente; i raggi indicano la comprensione del concetto di vacuità, che permette di estirpare l'ignoranza; il cerchione esterno rappresenta la concentrazione che consente la pratica del Buddhismo. Raffigura anche l'Ottuplice sentiero, che porta alla liberazione ericorda che il Dharma abbraccia tutte le cose, non ha inizio o fine, è in movimento e immobile.

giovedì 24 gennaio 2008

BANDIERA DEL TIBET


La bandiera esiste dal 1912, nata dall'unione dei vessilli di alcune province. Dal 1950 è stata bandita dal governo cinese, ma è ancora utilizzata dal Governo Tibetano in Eslio, con sede a Dharamsala.

I suoi significati.
• La montagna innevata rappresenta il Tibet, anche conosciuto come "paese delle nevi".
• I sei raggi rossi attraverso il cielo blu sono il simbolo delle sei tribù (Se, Mu, Dong, Tong, Dru e Ra) che secondo le leggende diedero origine al popolo del Tibet.
• Il sole rappresenta la libertà, la felicità e la prosperità per tutti gli esseri viventi in terra tibetana.
• I due leoni di montagna indicano l'unione tra la vita secolare e la vita spirituale.
• Sopra di loto I "tre Gioielli" del Buddhismo: il Buddha, il Dharma e il Sangha.
• Tra i leoni, l'emblema che rappresenta la pratica delle dieci virtù e dei sedici modi di condotta umani.
•Infine, il bordo giallo simboleggia gli inseganmenti del Buddha.

mercoledì 23 gennaio 2008

LA QUESTIONE TIBETANA

Nel 1959 la Cina completò l’invasione armata del Tibet: circa 1milione e 200mila vittime e 6mila monasteri distrutti. Il Dalai Lama si rifugiò in India, a Dharamsala, dove venne istituito il Governo Tibetano in Esilio. L’India diede dei terreni ai profughi: quelli in cui la popolazione indiana non si era mai insediata. Terreni aridi, difficili da coltivare, diventarono l’unica possibilità per il popolo tibetano di preservare la propria cultura. La prima generazione di esuli ebbe gravi problemi sanitari, alcuni ancora irrisolti: tubercolosi, tifo, malaria. Tra le cause, il rapido cambiamento di clima. Nel 1989 il Dalai Lama ha ricevuto il premio Nobel per la pace, per la sua capacità di reagire in modo non violento all’invasione cinese. Oggi nei campi profughi vive la terza generazione di tibetani: giovani che non hanno mai visto la loro terra e che crescono in difficoltà sanitarie ed economiche. Ogni anno sono quasi 10mila i tibetani che lasciano ancora li proprio paese per trovare rifugio in una terra libera. L’esodo continua. Il campo profughi è diventato l’unico modo per salvare la millenaria cultura tibetana, legata agli insegnamenti di pace del buddismo. Finché non arriverà un nuovo giorno, in cui Il Tetto del Mondo potrà rivedere il suo popolo.